Le dimensioni del vuoto: I giovani e il suicidio

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  • ISBN / UPC: 9788807815867
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Размерите на пустотата: Младежи и самоубийство (книга на италиански език)

 

Paolo Crepet  (автор)

 

Издателство:   Feltrinelli
Език: италиански език
Раздел: Психология
Поредица: Universale economica - Saggi  (#1586)
Етикети:

детска психология

 

Мека корица, среден формат  |  165 стр.  |  130 гр.

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Prefazione

 

La pubblicazione de Le. dimensioni del vuoto in edizione economica ha per me il sapore contraddittorio di una soddisfa­zione confuso a un'amarezza.

 

Da un lato, sono orgoglioso che un saggio su un argomento così difficile come il suicidio giovanile riscuota ancora oggi, a distanza di sette anni dalla sua prima pubblicazione, interesse da parte dei lettori. Ciò rappresenta esattamente lo scopo che allora mi ero prefissato, ossia uscire dal dibattito asfittico tra esperti e operatori del settore, affermare che la condotta suicidaria non è e non può essere interpretata come una specifica forma di patolo­gia psichica ma come il sintomo più tragico che questa società si ostina a rimuovere dalla propria coscienza: le diverse forme del disagio e dell'inquietudine giovanile, ovvero la condizione esi­stenziale di un'intera generazione. Per lungo tempo tanti fra gli operatori nel campo della salute mentale assieme a buona parte dell'opinione pubblica (supportata purtroppo da televisioni e giornali) hanno voluto interpretare molti dei segnali di crescita di nostri ragazzi come categorie specifiche di sofferenza psichica, offrendo per queste speciali classificazioni terapie e luoghi di cura programmati alla bisogna. Così è accaduto per la droga, per la bulimia e per l'anoressia, per le condotte autolesive, per le nuove forme di violenza giovanile. Il risultato è zero, nulla è cam­biato: ogni anno si affacciano nuovi segnali d'inquietudine, si continuano a costruire reti di servizi dei quali s'ignora l'efficacia, si offre lavoro a operatori che non sanno come e per quanto tempo devono intervenire. La cronaca segnala storie che la gente non vuol capire, storie descritte per soddisfare l'esigenza di citta­dini trasformati in guardoni dei dolori altrui. Poi si volta pagina, fino alla prossima disgrazia, fino a un altro funerale. Le cifre rimangono impietose davanti ai nostri occhi, non possono essere omesse: negli ultimi ventanni la crescita dei suicidi tra i ragazzi italiani ha sfiorato il 100%, il numero dei reati commessi da minori negli ultimi quindici anni è cresciuto del 150%. Ce qual­cuno che si preoccupa di tale cataclisma sociale?

 

Questo libro è stato scritto in un momento in cui di disa­gio giovanile non si poteva quasi parlare e di suicidio ancor meno. Eppure allora come oggi le condotte autolesive rappre­sentano la seconda causa di morte dei giovani, precedute solo dagli incidenti stradali e alla pari con le morti per overdose di eroina.

 

Con questo saggio ho cercato di offrire un piccolo contribu­to all'interpretazione dei nostri sensi di colpa, perché insegnan­ti, genitori, operatori sociali non possano dire di non sapere.

 

Da un altro punto di vista, però, questa edizione rappresen­ta, paradossalmente, una sconfitta. In questi anni appena tra­scorsi avrei voluto che fossero pubblicati altri libri, avrei voluto che si diffondessero nuove e più consapevoli politiche d'inter­vento, avrei voluto che il confronto politico e sociale su questi temi si approfondisse e assumesse toni più responsabili e seve­ri. Mi rendo conto che, da questo punto di vista, usciamo tutti sconfitti. Noi in quanto adulti e responsabili, loro giovani immaturi e irresponsabili.

 

Questa società invecchia a vista d'occhio e non solo anagra-ficamente, ma soprattutto culturalmente. Un paese perenne­mente alle prese con le pensioni, un paese dove non c'è un quartiere dove un ragazzo o una ragazza possa vivere e crescere ma tantissime bocciofile, un paese privo di una politica seria sull'educazione, dove la selezione della nuova classe dirigente è affidata al censo e all'appartenenza di clan: tutto ciò raffigura una comunità sociale avviata al tramonto. Perché non riuscia­mo a parlare di felicità?

 

Ricordo che, nel giorno della sua investitura, il primo ministro, onorevole Massimo D'Alema, pronunciò un discorso nel quale affermava che non era compito dei governi e della politica occuparsi della felicità individuale: pensai ai milioni di giovani che l'avrebbero ascoltato. Che speranza ci può esse­re per un adolescente se la politica si occupa solo di quattrini o di rapporti fra partiti? Chi può davvero dirsi soddisfatto per aver ucciso il sogno di una giovane generazione senza che questi ragazzi possano essere nemmeno risarciti per il crimine subito?

 

La clinica psichiatrica insegna che uno dei principali sinto­mi della depressione è la perdita della speranza. Quando però non è più solo un individuo a perderla ma la sua stessa comu­nità d'appartenenza, quale potrà essere il destino di quella civiltà?

 

Quando scrivevo questo libro avevo in mente le tante storie di ragazzi e di ragazze che avevo incontrato nel mio mestiere di psichiatra, storie di giovani che non volevano più vivere. La ricerca epidemiologica e le statistiche hanno arricchito il dato soggettivo aggiungendo la dimensione macroscopica: il risulta­to è stato devastante.

 

Tuttavia sono convinto che quelle morti contengano un aspetto metaforico che aiuta a capire la natura di ogni destino individuale, ma in grado anche, contemporaneamente, di supe­rare l'unicità di ciascuna di quelle storie di vita. Quei singoli progetti di morte parlano dell'agonia cui la nostra civiltà sem­bra essere condannata senza ribellioni possibili, come se tutti accettassimo con indifferenza l'orribile presagio.

 

La morte di cui parlo non è quella biologica, l'unica di cui, con qualche successo, ci siamo occupati. Mi riferisco all'eclissi dell'anima e dei suoi sentimenti, una morte che non lascia intravedere segnali premonitori. Il capolinea della nostra irra­zionalità, della nostra componente emozionale, questo sta acca­dendo. E la gente, la maggioranza di noi, si ostina a non voler capire, a non voler vedere. Se a un bambino si riduce lo spazio emozionale a esclusivo e unico vantaggio della sua sfera cogni­tiva, lo rendiamo fragile, dipendente, incapace di credere in se stesso. Se un bambino cresce avendo il tempo infarcito di qual­siasi tipo di attività escludendo la sua sensibilità - ovvero l'uso dei sensi - come potrà essere domani adulto autorevole e matu­ro? Come potrà non temere le relazioni affettive? Come potrà sopravvivere nel mondo futuro avvalendosi solo delle sue capa­cità cognitive?

 

Noi abitanti nell'occidente postindustriale, analfabeti d'e­mozioni, abbiamo costruito un mondo che ci assomiglia, dove per crescere occorre indurirsi. Facciamo finta di ignorare che la rigidità psicologica è la premessa alla nostra infelicità. Ci siamo costretti a scordare che l'emotività, così come la cultura dei sen­timenti, sono le uniche speranze per sottrarsi alla noia, gli unici anticorpi efficaci alla ripetitività agghiacciante della nostra vita metropolitana. La libertà avrebbe potuto regalarci i colori, ma tendiamo a riempire le nostre giornate di grigio e di nero. Basta attraversare una strada qualsiasi della nostra città, è sufficiente guardare dentro le macchine incolonnate: e si vede la morte disegnata sull'aggressività e la malinconia di quelle migliaia di volti immobili in attesa del rientro serale.

 

Dove dovrebbe attingere la speranza un giovane, perché non dovrebbe incolonnarsi anche lui in silenzio nello squallore della monotonia dei nostri quartieri? Chi insegna loro il bello come opportunità rinnovabile, l'emozione come risorsa inesauribile, la ribellione come antidoto al conformismo di una cultura stra­tificata senza diversità?

 

Chi ascolta la sensibilità di un giovane che vuole morire? Chi può davvero affermare che di lui e di lei abbiamo biso­gno perché rappresentano la nostra soglia critica? Perché ci accaniamo a piallare le loro spine, ad anestetizzare le loro grida senza aver coraggio di ascoltare il dolore dei loro silenzi?

 

Questo libro ha cercato di parlare alla scuola, alle fami­glie, ai quartieri dove i giovani provano a vivere. L'ho fatto a costo di far male, assumendomi il rischio di acuire i sensi di colpa, di essere snobbato dal perbenismo dilagante, che le mie parole fossero sommerse da un invincibile bisogno di rassicurazione.

 

Recentemente ho lavorato con un gruppo di adolescenti a Genova. Ho cercato di educarli a perdere tempo, spiegando loro che perderlo non vuol dire alienarlo né oziare, ma soltanto rida­re spazio alla nostra creatività, all'ascolto di noi stessi. Abbiamo misurato il tempo di una giornata media di un adolescente e abbiamo scoperto che si cena in quindici minuti. Abbiamo pro­vato a dipingere la loro giornata usando i colori accesi per segnalare le grandi emozioni e il grigio per evidenziare la noia: hanno colorato il tempo della scuola tutto di grigio tranne i cin­que minuti dell'intervallo.

 

E se un adolescente, uno di loro, avesse avuto un nodo imprevisto che affiorava nella sua esistenza, una domanda trop­po angosciante, una lacrima inspiegabile, a chi avrebbe potuto rivolgersi in quel quarto d'ora serale o in quel grigiore terrifi­cante della sua scuola?

 

Il suicidio di un giovane non nasce da grandi problemi, ma da piccole scosse inavvertite, piccole sconfitte quotidiane che galleggiano come chiazze di petrolio sul mare dell'indifferenza degli adulti.

 

Se questo libro potesse andare nelle mani di un ragazzo o di una ragazza, di quelli che guardano attraverso come se nessuno e nulla avesse più senso nella loro vita, se questo libro potesse per un attimo soltanto fermare il loro progetto distruttivo, allo­ra questo libro avrebbe trovato un senso.

 

Se questo libro potesse finire nella borsa di una mamma che non sospetta ancora nulla, nella tasca della giacca di un papà distratto e troppo occupato e se fosse l'occasione per loro per guardarsi negli occhi e chiedersi "va davvero tutto bene?" smontando per un attimo solo dal treno in corsa, per chiedersi di Maria, di Giacomo, del loro mondo, delle loro speranze, delle loro paure, allora questo libro piccino avrebbe eseguito il suo compito.

 

Una cosa è certa: scrivere questo libro è servito a me, mi ha permesso di trasferire la mia inquietudine e la mia insoddisfa­zione su queste parole nella speranza d'impollinare qualche adulto con i miei dubbi.

 

E se qualcuno sfogliando queste pagine riuscirà ad annusa­re l'emozione che le ha accompagnate, allora potrò dirmi dav­vero soddisfatto.

 

Gennaio 2000

Paolo Crepet

Характеристики
В наличност:
Да
Език
италиански
Автор
Paolo Crepet
Издателство
Feltrinelli
Поредица
Universale economica - Saggi
Етикети
детска психология
Град
Milano
Година
2002
Страници
165
Състояние
неизползвана книга
ЗАБЕЛЕЖКА
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Корица
мека
Формат
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